di REBECCA KARL
A partire dalla primavera dello scorso anno, in numerose università statunitensi si sono svolte massicce manifestazioni e partecipate occupazioni da parte di studenti, studentesse, docenti e amministrativi per protestare contro gli atenei che continuavano ad avere rapporti con Israele, soprattutto per quanto riguarda la progettazione indirizzata alla produzione di armi e di altri supporti tecnologici al genocidio condotto a Gaza dallo stato israeliano. Le manifestazioni, che hanno avuto una risonanza internazionale diffondendosi in molte altre università del mondo, sono state considerate le più significative da quelle contro la guerra in Vietnam alla fine degli anni ’60. Tuttavia, le governance accademiche, con pochissime eccezioni, hanno adottato un approccio violentemente repressivo, sostenendo le sparute critiche interne contro le e i manifestanti e brandendo l’accusa di antisemitismo come un’arma per zittire qualsiasi forma di protesta. Nelle ultime settimane, Trump ha bollato le proteste per la Palestina come attività terroristiche e anti-americane, arrestando alcuni fra gli studenti e gli attivisti più riconosciuti, come Mahmoud Khalil della Columbia University.
Traduciamo dall’inglese e pubblichiamo un testo della prof.ssa Rebecca Karl, docente di Storia alla New York University e una delle massime specialiste mondiali di storia cinese contemporanea; un testo che è ad un tempo una testimonianza rigorosa della condizione dei docenti che hanno sostenuto le manifestazioni, e un’analisi impietosa della direzione che sta prendendo la policy delle università statunitensi, che già prima dell’insediamento di Trump alla presidenza avevano fatta propria la linea repressiva di quest’ultimo, mostrando tutta l’ipocrisia del presunto impegno di queste istituzioni per la difesa dei diritti delle minoranze e della libertà di parola: una libertà tollerata soltanto finché in cui non disturba il “business as usual” di istituzioni votate assai più al profitto che all’education.
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Il contesto
L’11 dicembre 2024 un gruppo di studenti della New York University (NYU) ha organizzato una protesta pacifica alla Bobst Library, la biblioteca principale del campus. Uno di loro ha distribuito dei volantini, altri hanno appeso degli striscioni, altre ancora hanno messo in atto un sit-in al piano dell’amministrazione generale dell’edificio di dodici piani. Alcuni membri della facoltà erano presenti come osservatori del sit-in organizzato dal gruppo studentesco “Shut It Down” e sostenuto dai docenti e dal personale amministrativo aderente a “Justice in Palestine”. Il giorno seguente, il 12 dicembre, alcuni studenti, studentesse ed alumni hanno bloccato l’ingresso della biblioteca con i loro corpi: anche in questo caso erano presenti degli osservatori della facoltà. Come ha scritto «The Indypendent», un giornale con base a Brooklyn, «gli attivisti e le attiviste reclamavano un incontro con l’amministrazione che in primavera, durante l’ “acampada” in solidarietà con Gaza alla NYU, aveva promesso agli studenti di rendere pubblici i finanziamenti erogati dall’università, inclusi quelli ad aziende produttrici di armi e legate a Israele, o a quelle che traggono profitti dall’occupazione della Palestina». A oggi, l’Università non ha ancora mantenuto la sua promessa. In risposta alla protesta del 12 dicembre, l’Università ha chiamato il Dipartimento di polizia di New York (NYPD), che ha arrestato due membri della facoltà e alcuni alumni. Questi sono stati poi liberati, ma l’università li ha definiti, insieme ad altri membri della facoltà e studenti e studentesse che sostenevano la protesta, «persone non grate» (PNG), sospendendoli di fatto e impendendo loro l’accesso agli edifici universitari. Anche se questo status è stato revocato il 2 gennaio 2025, il 7 gennaio l’Università ha sospeso ufficialmente per un anno tredici studenti e studentesse attivisti, per aver partecipato «a un’azione coordinata e collettiva di disturbo». Altri dieci hanno ricevuto sanzioni di diverso tipo. Nonostante le numerose lettere aperte scritte dalla comunità di NYU, da organizzazioni accademiche e da gruppi della società civile – inclusi l’American Association of University Professors, la Middle East Studies Association e l’Academic Council of Jewish Voice for Peace – che si opponevano alle misure draconiane dell’Università, ancora oggi studentesse e studenti restano sospesi, sebbene i membri della facoltà siano riusciti a cancellare la loro designazione come PNG. In quanto sono io stessa tra i membri della facoltà coinvolti, in questo saggio descrivo che cosa significa essere dichiarata PNG dalla propria Università per aver sostenuto la presa di parola delle studentesse e degli studenti che protestavano contro i quindici mesi di complicità dell’Università con il genocidio di Israele nei confronti del popolo palestinese.
Testimonianza
Sono una professoressa ordinaria di Storia alla NYU, dove insegno dal 1997. Fin dal mio arrivo, sono stata coinvolta in diverse forme di attivismo, molte delle quali miravano a sollecitare la mia Università a essere all’altezza di – e a realizzare – quello standard che si è data retoricamente, ovvero di essere un’istituzione privata a servizio del pubblico. Il significato che ho dato al mio attivismo è che, mentre come membri della facoltà noi lavoriamo per la NYU e alla NYU, nondimeno ci impegniamo anche per allargare i nostri ambienti pubblici politici, sociali, economici e culturali tirandoli fuori dalle pareti delle nostre classi e dei nostri uffici, dagli edifici e dai vialetti del nostro campus (un tempo) aperto, portandoli nel quartiere, nella città, nella regione, nella nazione, nel mondo. Il significato di tutto questo, a sua volta, è che a noi interessano i mondi in cui viviamo; studiamo e insegniamo questi mondi in trasformazione in tutte le dimensioni in cui riusciamo a farlo; e ci confrontiamo criticamente con questi mondi attraverso la nostra ricerca, le nostre attività e la nostra produzione di conoscenza insieme a studenti e studentesse e al pubblico. Negli scorsi anni, l’università ha fatto progressi, assumendo docenti e ammettendo studenti che si occupavano di questi problemi nelle loro ricerche e nella didattica. Ma sono proprio queste figure storicamente indesiderate ed escluse che ora vengono prese di mira e dichiarate PNG. Sono principalmente le studentesse, gli studenti e i docenti palestinesi, arabi, neri, brown, Lgbtq+ ed ebrei antisionisti a essere criminalizzati collettivamente dall’università.
Il cosiddetto Global Network University di NYU incoraggia apertamente le modalità di impegno volte a promuovere una comprensione critica del mondo in cui viviamo e di come i nostri mondi siano stati plasmati da complessi processi storici intrecciati tra loro. Tuttavia, la NYU vorrebbe anche incanalare questi impegni lungo le linee già stabilite di nodi e siti collegati in rete; questi includono Abu Dhabi e Shanghai, mentre i primi comprendono tutte le sedi di studio all’estero in cui studenti e studentesse di NYU possono circolare senza il problema di trasferire i crediti – sebbene la sede di Tel Aviv sia off-limits per le e gli studenti e i docenti pro-palestinesi. Questi percorsi prestabiliti – imposti dagli amministratori di NYU nel corso del tempo, di solito prima come proprietà immobiliari e solo tardivamente associati in maniera vaga ai programmi accademici di New York – per l’amministrazione di NYU danno forma al mondo con cui essa intende impegnarsi. Così, quando insistiamo a discutere le questioni palestinesi o, più in generale, a sviluppare analisi storiche e critiche dello Stato israeliano e della sua ideologia razzista – il sionismo – usciamo dalla rete riconosciuta da NYU, rendendo visibile un mondo che la NYU vuole ignorare. La complicità del campus di NYU a Tel Aviv nel cancellare le sue stesse condizioni di possibilità storiche e contemporanee diventa in questo caso ancora più evidente. È per questo motivo che la chiusura del campus è una delle richieste principali delle nostre mobilitazioni.
Discutendo e organizzandoci per lo studio e l’insegnamento della storia palestinese, per la difesa del diritto delle e dei palestinesi a vivere, studiare ed esistere politicamente nella loro patria e a resistere alla colonizzazione e all’occupazione dei coloni, veniamo scacciati come fossimo degli intrusi nel mondo idealizzato e ripiegato su sé stesso di NYU. Ci si aspetta che stiamo zitti, che chiudiamo la bocca adeguandoci a una linea che è tracciata sempre più chiaramente da un’amministrazione in sintonia con finanziatori esterni e forze politiche – statunitensi e non – che cercano disperatamente di impedire che la condanna globale della violenza genocida di Israele in Palestina diventi un valore comune di azione politica e di rifiuto pubblico universale. Ci si aspetta che cessino i nostri tentativi di obbligare la nostra Università a rendere pubblici gli investimenti e a disinvestire da società, organizzazioni e fondi che sostengono, traggono profitto e alimentano il genocidio israeliano contro le e i palestinesi. Ci si aspetta che noi accettiamo in silenzio e in maniera obbediente che il nostro luogo di lavoro sia complice dei massacri e delle menomazioni sistematiche, della distruzione delle condizioni di vita, della memoria e dell’istruzione e dell’eliminazione e cancellazione mirata di un intero popolo da parte dello Stato israeliano in Palestina. Come possiamo rimanere in silenzio e obbedire a queste aspettative?
Essere dichiarati PNG significa essere presenze sgradite negli spazi perimetrati dai cancelli e sorvegliati grazie all’uso di tesserini magnetici e telecamere, dalla cosiddetta rispettabilità accademica e dall’attività istituzionale. Significa essere identificati come un «rischio per la sicurezza» e, di conseguenza, essere visti dall’istituzione come una minaccia all’auspicato funzionamento armonioso della sua autorità di recinzione e di esclusione di ciò che ritiene intellettualmente inospitabile e pericoloso. Ci viene proibito di adempiere alle responsabilità per cui siamo stati assunti, che sono principalmente quelle di insegnare e di condividere la nostra esperienza, il nostro intelletto e la nostra ricerca con la comunità delle e degli studenti e con un pubblico più vasto. Significa sentirci dire che le nostre opinioni e prospettive non contano e che i nostri datori di lavoro non ci rispettano. Si tratta quindi di smascherare quelli che Steven Salaita (Uncivil Rights: Palestine and the Limits of Academic Freedom, 2015) chiama i «riti incivili» alla base dei tentativi delle università di reprimere coloro che, al loro interno, insistono ad alzare la voce contro il carattere storico-mondiale del crimine di genocidio perpetrato da Israele in Palestina.
Per le studentesse e gli studenti essere dichiarati PNG significa vedere vanificati i propri risultati e insultate le proprie capacità intellettuali. Significa sentirsi dire che l’amministrazione universitaria preferisce escluderli e metterli a tacere piuttosto che sedersi e parlare con loro come esseri umani profondamente preoccupati per il massacro genocida di un popolo e per la cancellazione delle sue condizioni di vita, cosa a cui la loro università contribuisce. Per gran parte delle e degli studenti coinvolti, si tratta di essere emarginati ancora una volta dalla loro istituzione, che dovrebbe invece essere molto orgogliosa dei loro risultati. Nella primavera del 2024, diversi studenti dichiarati PNG si sono laureati con il massimo dei voti, ma non hanno potuto partecipare alle cerimonie di laurea.
Il mio status di PNG è ambiguo. Il 12 dicembre 2024 ho partecipato come osservatrice della facoltà a un’azione di blocco dell’ingresso e di protesta degli alumni di NYU, sostenuti dalle studentesse e dagli studenti, davanti alla nostra biblioteca. Quando ho abbandonato quell’azione per andare a tenere l’ultima lezione del semestre in un’aula situata nel seminterrato della biblioteca mi è stato impedito di entrare nell’edificio. Il mio tesserino di riconoscimento dell’NYU è stato sequestrato da un agente di sicurezza del campus, mentre il vicepresidente responsabile delle operazioni di sicurezza del campus urlava aggressivamente che ero una PNG. Dopo qualche discussione mi sono allontanata, ho chiamato il direttore del mio dipartimento e ho mandato un messaggio al rettore, che a quanto pare non sapeva nulla del fatto che io fossi stata dichiarata PNG. Qualche tempo dopo mi è stato permesso di entrare nell’edificio, anche se solo sotto scorta (presumibilmente è intervenuto il rettore), e in quell’occasione lo stesso vicepresidente ha urlato di nuovo riguardo al mio status di PNG. Ho tenuto la mia lezione come dovevo, e all’uscita dall’aula e dalla biblioteca ho assistito all’arresto di due miei colleghi, che sono stati caricati su dei cellulari, e all’allontanamento con la forza degli ex alunni e degli studenti e studentesse presenti davanti all’edificio. Masse di agenti della polizia di New York, droni, persone che urlavano minacce rivoltanti e agenti del campus si erano messi insieme per realizzare questo sgombero sotto l’occhio vigile dello stesso vicepresidente.
A differenza di quattro miei colleghi, ai quali è stata formalmente notificata la dichiarazione di PNG il pomeriggio stesso, questo status non mi è mai stato notificato per iscritto. Al momento in cui scrivo, il PNG dei miei colleghi è stato revocato dopo che abbiamo minacciato un’azione legale; siccome il mio non è mai stato confermato, non è stato neppure revocato. Nessuna e nessuno di noi è stato informato su come sia stato determinato il proprio status di PNG o per quali ragioni – a parte le nebulose «minacce alla sicurezza» – né sul perché poi sia stato revocato. Nessuna delle nostre domande in merito è stata affrontata o ha ricevuto risposta da nessuna delle parti apparentemente responsabili, compresi il presidente, il rettore o l’ufficio di pubblica sicurezza. Quest’anno sono all’estero per un congedo sabbatico, quindi non ho verificato se sono in grado di accedere agli edifici di NYU. A quanto mi risulta, i miei colleghi e le mie colleghe che sono rimasti nel campus a insegnare questo semestre hanno potuto accedere agli edifici che prima erano stati loro vietati. Ad oggi, tredici studentesse e studenti, laureati e non, sono stati sospesi per un anno e altri due sono stati posti in libertà vigilata. Non possono accedere a nulla, compresa l’assistenza sanitaria, i lavori all’interno del campus, gli stipendi… i mezzi di sostentamento. La caccia razzista e la criminalizzazione collettiva preventiva di studentesse e studenti palestinesi, arabi, neri e brown, Lgbtq+ ed ebrei antisionisti continua senza sosta a NYU.
Essere dichiarati PNG significa rendersi conto del fatto che l’università preferisce dichiarare guerra alle studentesse e agli studenti e ai docenti di colore e che sono fedeli ai loro principi piuttosto che impegnarsi in un dialogo. Significa comprendere come lo stato eccezionale di PNG venga normalizzato in quanto arma dall’ufficio di «sicurezza globale del campus» di NYU, gestito da un ex poliziotto di Chicago, del tutto disinteressato alle studentesse e agli studenti e ai docenti in quanto tali. Si tratta quindi di capire che oggi l’università non è certo, e forse non lo è mai stata, realmente interessata a potenziare le condizioni di apprendimento. Si tratta di capire che la NYU non è prioritariamente un’istituzione educativa, ma piuttosto un mini-Stato di polizia.
I criteri di ciò che è possibile si stanno restringendo e le nostre amministrazioni universitarie mostrano un’entusiastica disponibilità a fare il lavoro sporco di “ripulire” i ranghi degli attori dell’insegnamento e dell’istruzione, in una sorta di obbedienza anticipata alla volontà del governo federale. Si scopre insomma che la condizione di PNG mostra come lo smantellamento delle nostre università non avverrà per decisione federale, bensì attraverso la distruzione messa in atto da amministratori e agenti di sicurezza che lavorano in collaborazione con amministratori fiduciari oligarchici, donatori e forze di polizia locali, la cui sfiducia nell’autonomia intellettuale umanistica è sempre stata chiara. La nostra unica risorsa contro questa obbedienza istituzionale è quella di denunciare senza sosta il genocidio israeliano contro il popolo palestinese e di continuare la nostra disobbedienza rifiutandoci di tacere, insistendo sul fatto che la resistenza all’ingiustizia è sempre giustificata.