Contro le fabbriche della precarietà

Noi, operai, migranti, operatori sociali ed educatrici,

studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici precarie

Zarrak Abdelghani (Lavoratore Trans.Mec), Nadia Auzeak (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno), Matteo Battistini (Ricercatore precario), Valentina Caprotti (Studentessa di Scienze della Formazione, educatrice precaria), Massimiliano Cascio (educatore sociale), Francesco Chiesa (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno), Luca Cobbe (Ricercatore precario), Marinela Costantin (Migrante, precaria, madre), Massimo Don (Educatore precario), Enrico de Donà (assistenza informatica AUSL Bologna), Sara Farina (Assistente sociale SERT), Antonio Felice (RSU FIOM Bonfiglioli – Lippo di Calderara), Leonardo Giusti (lavoratore anarchico – USI), Peppe Gomini (RSU FIOM Ducati Motor), Giorgio Grappi (Ricercatore precario), Chiara Gregoris (Studentessa di Scienze della Formazione, educatrice sociale precaria), Ivan Ilisanti (RSU pubblico impiego San Giovanni in Persiceto), Dione Kadim (RSU FIOM Bonfiglioli – Calderara), Seck Maimona (Lavoratrice delle pulizie – ospedale Sant’Orsola – Bologna), Chiara Marconi (Insegnante di italiano precaria), Orlando Maviglia (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno), Gianpietro Montanari (RSU FIOM-CGIL Cesab-Toyota – Bologna) Gianplacido Ottaviano (RSU FIOM Bonfiglioli – Calderara) Brahim Nadi (Migrante e precario) Babacar Ndiaye (Migrante e precario) Salah Ourahouane (Operaio Nigelli imballaggi – Sasso Marconi) Serafino Pirillo (RSU FIOM Bonfiglioli – Lippo di Calderara) Alessio Pittarello (RSU Ceva – Lippo di Calderara) Chiara Pozzi (Studentessa Servizi Sociali, educatrice, assistente sociale precaria) Raluca Ralanu (Operaia metalmeccanica) RSU Titan Italia – Bologna Paola Rudan (Ricercatrice precaria) Roberta Sarego (RSU FIOM Motori Minarelli – Calderara di Reno) Elisabetta Scigliano (Educatrice precaria) Bas Sene (Migrante e precario) Sokhna Sene (Lavoratrice servizi di ristorazione ospedale Rizzoli – Bologna) Milena Trajkovska (Studentessa, migrante, precaria) Francesco Tripodi (educatore sociale) Sofia Venturoli (ricercatrice precaria)

Contro le fabbriche della precarietà

 Vi chiamiamo a un’assemblea pubblica

Sabato 10 marzo alle ore 14

presso la Sala Benjamin del circolo Pavese

Via del Pratello 53 – Bologna

per adesioni: controfabbricheprecarieta@gmail.com

telefono: 327.57.82.056

Oggi la precarietà è uno stato di fatto: non è un’eccezione, una questione generazionale o contrattuale, ma è la regola generale che investe tutto il lavoro, dalle cooperative alle fabbriche, dalla formazione nelle scuole e nelle università ai servizi sanitari e sociali. La crisi economica sta infatti determinando un continuo gioco al ribasso sulla nostra vita, il nostro lavoro e il nostro salario: i precarizzatori chiedono piena disponibilità alle loro esigenze, mentre diventa sempre più difficile organizzarsi e lottare dentro e contro la precarietà.

Contro questa condizione, abbiamo deciso di prendere parola. Non partiamo da zero, ma dalla forza accumulata con lo sciopero del lavoro migrante del primo marzo degli scorsi due anni. Quelle giornate hanno mostrato che è possibile scioperare in modo incisivo unendo ciò che il razzismo e la precarietà vogliono dividere: il particolare ‘contratto separato’ che si chiama contratto di soggiorno per lavoro è una leva che, ricattando una parte dei lavoratori affinché accettino qualsiasi mansione e salario, serve per precarizzare tutti gli altri. Anche attraverso la Bossi-Fini, la precarietà è diventata la condizione generale del lavoro. Accanto alla Bossi-Fini, però, anche la fabbrica, il welfare e l’università sono altrettante fabbriche della precarietà.

A dispetto del contratto a tempo indeterminato e dell’articolo 18, in fabbrica non esistono posizioni sicure: la “razionalizzazione” degli stabilimenti, il continuo ricorso alla cassa integrazione, i licenziamenti e le delocalizzazioni vanno di pari passo con il tentativo di imporre politiche industriali che prevedono crescente flessibilità nell’orario, minori garanzie e diritti, incremento di produttività e conseguente aumento dell’intensità del lavoro. Fuori dalla fabbrica, la situazione è ancora peggiore e coinvolge tutti, dal pubblico al privato: il welfare è diventato precario perché precarie sono le persone che ci lavorano. Operatori ed educatori sociali, assunti da cooperative che ottengono appalti giocando al ribasso sui lavoratori e chiedendo loro piena disponibilità in termini di tempo e di dedizione, non possono che offrire servizi precari, così come precari sono i salari di chi sempre più spesso deve comprare questi stessi servizi (dall’asilo alle scuole, dai servizi sociali e sanitari, fino alla cura degli anziani). Anche l’università è diventata una fabbrica della precarietà: studiare costa sempre di più e si ottengono lauree che valgono sempre meno, ma diventano necessarie per accedere a lavori precari con salari sempre più bassi. Iniziare a fare ricerca significa sottoporsi a un lungo apprendistato, nel quale la precarità si mostra nella retribuzione, nelle condizioni di lavoro, nell’impossibilità di progettare il futuro proprio e delle proprie ricerche. Nelle fabbriche della precarietà, la precarietà è istituita, la flessibilità imposta e la povertà è una minaccia sempre presente.

Con questa crisi economica, la precarietà è dunque diventata una condizione globale che investe tutto il mondo del lavoro, isolando e dividendo lavoratori e lavoratrici, italiani e migranti, precari e presunti garantiti. Una condizione che funziona come un ricatto che rende difficili le forme tradizionali di lotta perché impedisce di comunicare, mentre obbliga a una stessa catena di montaggio che produce soltanto altra precarietà. La nostra sfida è perciò quella di far parlare tra loro lavoratrici e lavoratori attraversando le categorie sindacali e superando l’isolamento e le divisioni che servono soltanto ai precarizzatori: solo creando connessioni tra precari, operai, migranti e studenti all’interno delle fabbriche della precarietà è possibile amplificare la voce di ciascuno oltre le barriere contrattuali, di impiego e categoria. Per questo il 10 marzo, invitiamo tutti e tutte a un’assemblea pubblica contro le “fabbriche della precarietà” per aprire un percorso politico, nelle realtà sociali, nelle organizzazioni sindacali e in tutti i luoghi di lavoro, finalizzato alla costruzione dello sciopero precario, uno sciopero di precari, operai, migranti e studenti che sappia dare voce e unire quanti lottano quotidianamente contro la precarietà.

www.fabbrichedellaprecarieta.wordpress.com

Inserito in 2012

Meriti senza debiti: quel diritto all’accesso negato dalla meritocrazia

di Enrica Rigo e Maurizio Ricciardi

dal “Manifesto” dell’11 febbraio 2012

Non molto tempo fa, qualcuno ha affermato che Marchionne stava facendo la “lotta di classe”. Parafrasando Clausewitz si potrebbe osservare che “la politica non è altro che la continuazione della lotta di classe con altri mezzi”. Non si può certo aver paura di sbagliare sostenendo che Monti, Fornero, Cancellieri e addirittura lo sbiadito ministro Profumo siano il “braccio politico” di questa lotta. Il problema è che in questo rovesciamento delle parti, per cui è il capitale (finanziario e non) a fare a lotta di classe, manca il nemico. Non certo perché non si diano più le condizioni di subalternità e sfruttamento del lavoro, ma perché l’orizzonte culturale attraverso il quale il “nemico di classe” veniva identificato è svanito. Fiaccato dai falsi miti che ci sono stati propinati per anni. Quello dell’“essersi fatti da soli” ne è un esempio, così come quello della meritocrazia.

Quale mobilità sociale – implicita, pur se rimossa, nell’idea di “essersi fatti da soli” – è rappresentata in Italia dalla confederazione degli industriali, nella cui organizzazione dei “giovani” imprenditori si entra a far parte per aver ereditato l’industria di famiglia? O ancora, di quale meritocrazia sarebbero espressione Michel Martone,o lo stesso Marchionne? …continua a leggere.

Inserito in 2012, Labirinto Precario

Imparare da Oakland 8: Back to the General Global Strike

Il lancio dello sciopero generale globale il primo maggio 2012, partito da Occupy Los Angeles, sta ottenendo adesioni da parte di molti movimenti Occupy negli Stati Uniti. Pubblichiamo l’appello con cui Occupy Oakland si impegna a partecipare alla costruzione dello sciopero generale perché, come era già emerso il 2 novembre scorso, pensiamo che lo sciopero precario abbia molto da imparare da Oakland.

Oakland ci insegna non solo che scioperare si può, ma che per farlo è necessario immaginare modalità nuove di sciopero, attraverso un processo che sappia connettere diverse figure della precarietà, superando le categorie sindacali e le divisioni tra i lavoratori. Accanto alla differenza tra l’1% e il 99% che costituisce il filo rosso dei movimenti Occupy, altre percentuali arricchiscono l’algebra di Occupy Oakland. Per coloro che immaginano lo sciopero precario globale del primo maggio, altrettanto significativo è il fatto che solo poco più dell’11% dei lavoratori negli Stati Uniti siano sindacalizzati. Gli altri sono i migranti, colpiti dal razzismo istituzionale e la cui precarizzazione è una leva per la precarizzazione di tutti, sono le donne, migranti e non, che lavorano nella sfera invisibile del lavoro riproduttivo, sono gli studenti che fanno lavori precari per ripagare il debito che hanno contratto per iscriversi all’università, sono tutti quei lavoratori precari a cui viene chiesta una piena disponibilità con salari sempre più bassi e la costante minaccia del licenziamento. Sono coloro che si assumono la sfida di immaginare una forma nuova di sciopero che sappia bloccare la produzione e i flussi del capitale globale.

È difficile prevedere se Occupy Oakland riuscirà ad accrescere la forza espansiva ottenuta costruendo connessioni sul lavoro, se riuscirà a non farsi assorbire dalla spirale di azione, repressione e solidarietà e a essere all’altezza dello sciopero del 2 novembre. Quel che è certo è che da questo appello emerge una chiara indicazione sui soggetti che necessariamente devono essere protagonisti dello sciopero generale globale. La scelta della data è significativa in questo senso e rivela quanto sia concreta l’immaginazione di coloro che preparano lo sciopero precario: il primo maggio è stato nel 2006 il giorno dello sciopero dei lavoratori migranti. Come mostra anche l’appello di OccupyLosAngeles, oltre oceano sanno che nessuna giornata globale potrà fermare la produzione e colpire i profitti dei precarizzatori senza fare leva sul coraggio e la forza organizzativa mostrata da chi ha scioperato anche se non poteva farlo.

Mentre in Italia e in Europa si oscilla ancora sulle date e sulle forme, Oakland, dopo l’esperimento pilota del 2 novembre, ribadisce che scioperare si può, dunque, e lo si può fare solo a partire dalla connessione di precari, migranti, operai e studenti. Sono le fabbriche della precarietà che impongono che lo sciopero abbia una forma determinata: né allusione né semplice parola d’ordine né esercizio simbolico ma amplificazione delle forze oltre le barriere contrattuali, di impiego e di categoria per rovesciare quelle divisioni e quelle gerarchie sulle quali si regge l’ordine globale dello sfruttamento. Ora il gioco si sposta al di qua dell’oceano ed è certo che il dibattito non può piegarsi sulle differenze di date o sulla tattica o sulla radicalità delle parole. Saremo in grado di reggere l’accelerazione e di dare altre gambe a questo processo? Riusciremo anche noi a fare tesoro dell’esperienza dello sciopero del lavoro migrante del primo marzo? Lo sciopero precario è vicino, non si può non vederlo. Lo sciopero ci chiama, ma chi sta lavorando per lo sciopero?

Appello di Occupy Oakland per la partecipazione allo sciopero generale globale dell’1 maggio 2012.

Lo sciopero generale è tornato, ricalibrato per un’era di profondi tagli alla spesa pubblica, di forme estreme di razzismo che colpiscono i migranti e di speculazione finanziaria che ha raggiunto livelli di rapacità senza precedenti. Nel 2011, la percentuale di lavoratori sindacalizzati negli Stati Uniti era dell’11,8%, circa 14.8 milioni di persone…continua a leggere.

Inserito in (s)Connessioni globali, 2012, Sciopero precario

Iperindustrializzazione e inchiesta: Romano Alquati

Da molto tempo Romano Alquati è stato riconosciuto tra coloro che hanno iniziato a praticare una originale modalità di inchiesta operaia. Il contributo che qui pubblichiamo – che sintetizza i lavori del seminario Romano Alquati: Immagini e percorsi soggettivi e collettivi di una ricerca del giugno 2011 - ricostruisce in modo preciso sia la biografia di Alquati sia l’infanzia della conricerca. Molto ormai è stato detto su questo tema e anche la nostra riflessione sull’inchiesta precaria deve molto ad Alquati. Come abbiamo già scritto è ormai giunto il momento di utilizzare la ricostruzione di questo passato per fare un passo avanti e calare la conricerca all’interno di un panorama completamente mutato per tutti i soggetti coinvolti in ogni attività di inchiesta che si ponga un fine politicamente conoscitivo. Si sono moltiplicati i luoghi in cui la conricerca dovrebbe essere affrontata e più che una moltiplicazione di linguaggi, oggi deve confrontarsi con una non meno impegnativa diversità di lingua. Proprio per questo a noi interessa l’Alquati meno conosciuto che emerge in queste pagine. Non solo il teorico e il militante dell’inchiesta, ma anche lo “scienziato sociale” che si assume il compito di discutere e criticare la costituzione della società. Non solo i frammenti sociali da ricomporre, ma anche il quadro generale nel quale sono inseriti. Si tratta dell’Alquati che in parte conosciamo per le sue Dispense di Sociologia Industriale. Un Alquati non sempre facile, ma sempre originale, sempre politicamente rilevante per comprendere le trasformazioni che ancora ci coinvolgono.

Iperindustrializzazione e inchiesta: Romano Alquati

di Emiliana Armano e Devi Sacchetto – da infoaut.org

Romano Alquati, instancabile ricercatore scalzo, attivista politico e intellettuale, analista della soggettività, dei processi di soggettivazione e della composizione di classe, esponente di spicco del pensiero operaista è morto a Torino il 3 aprile del 2010. Una giornata di convegno, a un anno circa dalla sua scomparsa, è stato organizzato da compagni, amici e colleghi, insieme al «Cantiere per l’autoformazione», una struttura composta da dottorandi e studenti dell’Università di Torino. Il convegno è stato l’occasione per riflettere tra i protagonisti di una storia e di una esperienza collettiva, ma anche per indagare che cosa essa può offrire ai giovani studenti e operai.

[...] I temi dei processi di industrializzazione dell’attività umana e della composizione di classe sono stati messi in luce nell’intervento di Ferruccio Gambino che ha proposto una lettura interpretativa degli scritti più recenti e ancora inediti di Romano Alquati. Si tratta del lascito certamente più ricco, denso e complesso nel quale è possibile notare come Alquati cerchi di «rilanciare lo studio della società industriale contro una sociologia generale che oggi ‘rimuove l’industrialità dell’agire’», proprio mentre nel fare industriale è immerso ormai quasi un quinto dell’umanità (Ferruccio Gambino). Una caratteristica della contemporaneità è la pervasività del fare industriale che si è imposto grazie a estesi processi di disciplinamento e che è in grado di plasmare le stesse capacità umane. Si tratta di quella iper-industrialità che non ha certo risparmiato i saperi e i processi di formazione dentro l’Università nel corso dell’ultimo trentennio…continua a leggere.

Inserito in 2012, Precaria inchiesta

Nel labirinto della precarizzazione. Da che parte stare?

di Caprimulgus

Da che parte stare di fronte ai blocchi e alle proteste estese che sono sostenute da alcune categorie sociali? I blocchi di questi giorni in Italia sono promossi secondo i vari commentatori di destra e di sinistra da corporazioni che difenderebbero i loro privilegi. Perfino la segretaria di quello che rimane il principale sindacato italiano, Susanna Camusso, si è sentita di dover intervenire stigmatizzando i blocchi degli autotreni: «Come sempre la protesta è un caos che va organizzato in modo che non violi diritti e non impedisca agli altri cittadini di potersi muovere e di poter fare le cose; in questo caso mi pare che abbiamo superato un limite di relazione positiva».

Sono parole gravi e pericolose, oltre che incapaci di cogliere che il vento è cambiato e che di fronte all’immobilismo e al discredito di cui gode quasi tutto il sindacato italiano, molte lavoratrici e molti lavoratori vedono, in una parte almeno di queste proteste, la difesa anche dei propri interessicontinua a leggere.

Inserito in 2012, Labirinto Precario

Solo contraddizioni da offrire. Discutendo ancora di reddito, di salario e di precarietà

Torniamo a discutere di reddito, provando a dare alcune risposte e facendoci contemporaneamente altre domande. Come abbiamo chiaramente detto, troviamo interessante e intelligente la proposta di un reddito incondizionato e individuale. La troviamo politicamente rilevante per almeno due motivi. In primo luogo è una proposta che ha il coraggio e il realismo di assumere come data la precarizzazione del lavoro. Di conseguenza invece di difendere solamente i meccanismi della contrattazione collettiva, di pretendere il ritorno alle garanzie passate, fa della frammentazione, dell’individualizzazione del lavoro un potenziale punto di forza. Il reddito come campo di lotta collettiva fa sì che le precarie e i precari si presentino in massa e non come frammenti di un lavoro che deve essere costantemente e faticosamente ricomposto in una figura unitaria. A noi però interessano anche le contraddizioni che questo modo di impostare la questione può aprire. Ne segnaliamo due particolarmente indicativecontinua a leggere

Inserito in (s)Connessioni precarie, 2012, Reddito

Costellazione precaria: riflessioni minime sul reddito garantito

La richiesta di un reddito minimo garantito giunge ormai come un mantra ossessivo da ogni parte. Persino la Cinica piangente sarebbe a suo modo favorevole. Sindacati e sindacalisti, che fino a ieri hanno difeso la centralità esclusiva del salario contrattato, folgorati sulla via del reddito ora si lanciano in spericolati progetti complessivi, stringono alleanze, riformulano discorsi, per sostenere il nuovo obiettivo: uniti per il reddito. Anche a fronte di un problema davvero globale come quello del debito, si dichiara che il riconoscimento di un reddito minimo garantito sarebbe una risposta decisiva. E non si capisce se questo reddito dovrebbe esistere allo stesso modo in Europa e negli Stati uniti, in Africa come in Asia. Il sospetto più che legittimo è che in questo modo il debito sia affrontato come una faccenda strettamente europea, anzi dei cittadini europei, e secondo gli schemi traballanti dello Stato nazionale, oppure auspicando più forti e democratiche istituzioni politiche e bancarie a livello europeo. Su un piano diverso, incurante di come si legifera nell’Unione europea e delle differenze tra i diversi paesi, qualcuno pensa invece a una legge di petizione popolare europea sul reddito di base con l’obiettivo di raccogliere un milione di firme. D’altronde, visto che si stanno eroicamente regolando i conti con la grande finanza grazie alla tobin tax, perché non risolvere anche il grave problema dell’incombente povertà per via legislativa? Insomma, al di là delle differenti denominazioni e della quantità di soldi prevista, tutti vogliono un reddito minimo. In mezzo a questa folla di proposte si deve quanto meno notare che c’è una bella differenza tra il reddito garantito inteso come semplice ammortizzatore sociale, ovvero come legittimazione e consolidamento dei rapporti di forza e di potere sul mercato del lavoro, e una quota di prodotto sociale che serva a sottrarsi alle coazioni del lavoro e del suo mercato. Nel momento in cui tutti fanno riferimento al reddito minimo garantito, questa alternativa non può essere data per scontata, non si può cioè semplicemente risolvere dicendo che noi abbiamo una concezione del reddito garantito diversa e opposta a quella della Cinica piangente. Visto che si parla della stessa cosa, è bene pensarci…continua a leggere.


Inserito in (s)Connessioni precarie, 2012, Reddito